Stamattina mi è passato sotto gli occhi su Facebook uno di quei post che diventano subito virali. Parla dell’economia sarda, è scritto bene, ma mi ha lasciato addosso un misto di numeri e rabbia che non riesco a scrollarmi di dosso. Condivido quasi ogni riga. È sulla conclusione che le nostre strade si dividono.
Se togliamo il petrolio e i suoi derivati, il primo “prodotto” che esportiamo non è il pecorino, non è il vino e non è la chimica. È la vacanza di un turista straniero. Nel 2024, secondo i dati della Banca d’Italia, i visitatori stranieri hanno speso in Sardegna circa 1,85 miliardi di euro. Per capire di cosa parliamo, confrontiamo questa cifra con quello che spediamo davvero nei container (sempre escludendo il petrolio): l’agroalimentare vale circa 250 milioni, i metalli 230, i prodotti chimici meno di 200, il vino una frazione di tutto questo. Se sommiamo ogni altra voce, seguendo i dati del CRENoS, l’intero export sardo non petrolifero non arriva a 1,2 miliardi. Significa che il turismo straniero, da solo, pesa più di tutto il resto messo insieme. Certo, paragonare la spesa dei turisti al valore delle merci in dogana non è un confronto metodologicamente perfetto (la spesa lorda non è valore aggiunto netto). Ma lo faccio lo stesso. In entrambi i casi, è la Sardegna che vende qualcosa al resto del mondo, e una di queste voci vale più di tutte le altre sommate. È il nostro export principale, e arriva ogni estate in euro, via aereo o traghetto.
Da sardo, questa lettura non mi riempie d’orgoglio; mi mette ansia. Non è una buona notizia, ma un segnale d’allarme da analizzare da vicino, anche se un numero del genere può essere interpretato in due modi opposti (e probabilmente lo è).
Due lenti, due verità
Il turismo è contemporaneamente il nostro fuoriclasse e il nostro fanalino di coda. Dipende solo da come lo si misura.
Se usiamo la bilancia dei pagamenti (quanta valuta estera entra nell’economia), il turismo stravince. Se però guardiamo alla produttività (quanto valore genera ogni singolo lavoratore), finiamo in fondo alla classifica.
I dati ISTAT del Conto satellite del turismo (2023) mostrano chiaramente questo divario. Nelle imprese turistiche italiane la produttività del lavoro è di circa 99.000 euro per addetto (il 30% sotto la media nazionale) e il reddito medio è di 17.709 euro (il 35% sotto). Se stringiamo il campo sulla sola ricettività, l’ambito in cui la Sardegna è più forte, il valore aggiunto per addetto scende a circa 44.000 euro, contro gli 82.000 dei Paesi concorrenti (dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy). Specifichiamo: i 99.000 euro si riferiscono all’intero comparto, mentre i 44.000 riguardano solo gli alloggi. Ci sono poi due elementi da considerare: si tratta di medie nazionali e il turismo sardo è molto più stagionale e sbilanciato sull’alloggio rispetto a quello del resto d’Italia. Significa che da noi la situazione è quasi certamente peggiore. Non siamo solo meno produttivi rispetto ad altri settori; siamo meno produttivi anche dei nostri concorrenti diretti nel campo in cui incassiamo di più.
Sinceramente, avrei preferito leggere che la Sardegna esporta 1,8 miliardi di euro in software e telecomunicazioni. Un miliardo in posti letto non equivale a un miliardo in software. Sono sempre soldi veri, ma cambiano radicalmente il tessuto economico che ci cresce sotto.
Cosa dice la teoria (senza fare i tifosi)
Nessun processo agli ombrelloni: una bassa produttività non significa che si debba smettere. Ci siamo specializzati dove abbiamo un vantaggio competitivo evidente (il mare, il clima, la natura), ed è logico che sia così. Sarebbe assurdo chiedere alla Sardegna di scusarsi per la bellezza delle sue coste.
Un turismo forte non è un problema a prescindere. Uno studio della Banca d’Italia (Bronzini, Ciani e Montaruli, Regional Studies 2022) ha calcolato l’impatto della spesa dei turisti stranieri sulla crescita del valore aggiunto pro capite nelle province italiane. L’effetto è positivo, tangibile, e si avverte di più proprio nei territori che partono svantaggiati, come il nostro.
I dati non dicono che il turismo è un veleno, dicono qualcosa di più utile: la spinta c’è, ma è limitata e tende a esaurirsi quando si supera la soglia di congestione. Il punto non è che l’euro del turista sia un “cattivo euro”, ma che un’economia monoculturale basata su di esso ha un soffitto molto basso e un solo punto di rottura. Le rendite più facili rischiano di soffocare quelle più complesse e di lungo periodo. È un meccanismo di spiazzamento subdolo (un’ipotesi plausibile, più che un dato scientificamente provato): gli affitti brevi che fanno impennare i prezzi delle case per i residenti, i ritorni rapidi che scoraggiano investimenti tecnologici più lenti e rischiosi, e le risorse pubbliche costantemente drenate per promuovere la stagione successiva anziché finanziare la ricerca.
Perché da noi fa più male
Questa debolezza strutturale si fa sentire in Sardegna più che altrove per via del nostro tessuto produttivo. Il 32° Rapporto CRENoS mostra che oltre il 96% delle nostre aziende sono microimprese, con una media di 2,9 addetti. Queste piccolissime realtà assorbono più del 60% degli occupati (contro il 38% del Centro-Nord). Un’economia fatta quasi solo di aziende da tre persone non ha la forza finanziaria né organizzativa per fare scommesse a lungo termine. Se a questo uniamo una stagionalità feroce, con i flussi concentrati quasi solo su luglio e agosto, ci ritroviamo con una forza lavoro attiva pochi mesi all’anno e ferma per il resto del tempo.
C’è poi una questione di posizionamento economico. È vero che abbiamo una fascia di lusso straordinaria, come la Costa Smeralda, che genera un valore per addetto altissimo. Ma si tratta di un’enclave di pochi chilometri, i cui profitti spesso lasciano l’isola non appena si spengono le luci dell’estate, e che non riesce a sollevare la media regionale. Il grosso del nostro turismo è molto più ordinario: case, appartamenti e affitti brevi, la fetta che cresce più rapidamente (le nuove locazioni registrate sono aumentate di oltre il 40% in un solo anno). Il problema non è la forma dell’alloggio, ma l’assenza di servizi correlati (ristorazione, guide, esperienze strutturate) che invece fanno la fortuna di Baleari o Costa Azzurra. Le nostre spiagge rimangono selvagge per scelta. Ci piacciono così, piacciono così anche a me. Ma economicamente significa vendere un ombrellone e due lettini a pochi euro al giorno, mentre un concorrente altrove vende un’intera giornata di servizi con pranzo annesso. Esclusa l’enclave dorata del lusso, il resto pende verso il basso: poche competenze stabili, fortissima stagionalità.
Gli ottimisti replicano che questo modello diffuso protegge il territorio: 44.000 famiglie arrotondano affittando una seconda casa, senza multinazionali che drenano i profitti all’estero. È un’osservazione corretta e importante. Quei soldi restano sul territorio e aiutano concretamente l’economia familiare. Tuttavia, trattenere un euro è diverso da farlo fruttare. L’affitto estivo aiuta a pagare il mutuo, ma non costruisce competenze, carriere o asset scalabili. È una rendita che va riguadagnata da zero ogni anno. Quarantaquattromila piccoli locatori non creeranno mai le condizioni per pagare lo stipendio di un ingegnere, semplicemente perché non è il loro mestiere. Una cosa è resistere, un’altra è generare nuova ricchezza.
I dati strutturali confermano questa fatica. Il PIL pro capite sardo si aggira sui 29.500 dollari (misurato dall’OCSE) contro i 40.900 della media nazionale. La spesa in ricerca e sviluppo è ferma a 182 euro a testa, a fronte dei 439 dell’Italia e dei 742 dell’Europa: investiamo meno della metà della media nazionale e un quarto di quella europea nell’unico fattore che sposta davvero l’indice della produttività. Nel frattempo, chi potrebbe cambiare le cose se ne va: la Sardegna perde ogni anno circa 12 laureati ogni mille abitanti per emigrazione (la media nazionale è sotto i tre) e la Svimez conta diecimila giovani tra i 25 e i 34 anni che hanno lasciato l’isola recentemente.
Il Rapporto Svimez di fine 2025 evidenzia il dato più allarmante: nel 2024 la Sardegna è cresciuta dello 0,9%, ma solo grazie a industria ed edilizia. I servizi (comparto che racchiude il turismo) sono arretrati, in controtendenza con il resto del Mezzogiorno. Anche il software rientra nei servizi, quindi non è una condanna del solo turismo, ma dimostra che nell’anno di una stagione record l’indotto turistico non è riuscito a trainare l’economia reale. La filiera è così corta che hotel e resort spesso acquistano merci e servizi fuori dall’isola, disperdendo all’esterno gran parte del valore economico generato.
La sintesi è una monocoltura stagionale a basso valore aggiunto, in una regione che perde laureati e non investe in innovazione. Non è un mare di cui vergognarsi, ma è certamente una strategia che deve preoccupare.
Un’alternativa che conosciamo già
Ma c’è una parte di questa storia che ci appartiene profondamente.
La Sardegna è la culla dell’Internet di massa italiano. Nel 1990 nasce il CRS4 vicino a Cagliari; nel marzo 1994, contribuisce a portare online L’Unione Sarda, uno dei primi quotidiani in Europa. Poco dopo Nicola Grauso crea Video On Line, che diventa rapidamente il principale provider nazionale. Nel 1998, sempre a Cagliari, Renato Soru fonda Tiscali. Per diversi anni questa isola è stata, senza alcuna esagerazione, il posto più interessante d’Italia per chi voleva fare innovazione tecnologica.
Sappiamo come far nascere le cose. La lezione più dura, semmai, riguarda il dopo. Video On Line viene assorbita da Telecom e il baricentro si sposta a Milano. Tiscali cavalca la bolla delle dot-com fino a vette straordinarie per poi ridimensionarsi nei decenni successivi. Abbiamo espresso pionieri eccellenti, ma non siamo riusciti a creare un vero distretto industriale. È questo il nodo: far nascere i progetti non è mai stato il nostro limite. Trattenerli sì.
Eppure, l’ecosistema è tutt’altro che spento. The Net Value è un incubatore certificato attivo a Cagliari dal 2009. Moneyfarm, oggi realtà internazionale di primo piano nei servizi finanziari, ha radici e uffici in città. Abinsula, fondata a Sassari da ingegneri che hanno scelto di rientrare, esporta software embedded e automotive in tutto il mondo (con oltre il 60% del fatturato generato all’estero). Di recente, CDP Venture Capital ha scelto Cagliari per Frontech, un programma di accelerazione dedicato alle tecnologie di frontiera e all’intelligenza artificiale. I tasselli ci sono tutti. Quello che ci manca è la capacità di connetterli per dare vita a una struttura che sopravviva ai singoli fondatori.
Come intervenire concretamente
La mia proposta non è ridurre il turismo. Sarebbe sciocco spegnere il motore principale dell’isola. La vera domanda è come canalizzare una frazione del valore generato da questo motore verso settori a maggiore valore aggiunto.
Non esiste un tesoretto pubblico inutilizzato nei bilanci regionali: l’euro speso dal turista va all’albergatore, a chi affitta la seconda casa o a Ryanair. È quasi interamente capitale privato, e una parte consistente lascia l’isola in pochi giorni. Di conseguenza, “reinvestire il surplus” non è una decisione amministrativa immediata. Le leve a disposizione sono più complesse e squisitamente politiche: attirare grandi investitori istituzionali (come CDP con Frontech) e pianificare l’uso del territorio decidendo se destinare i prossimi metri quadri a un resort o a un polo tecnologico. Scelte che richiedono visione e coraggio politico.
Ma anche con i capitali a disposizione, resta la sfida storica: saper trattenere il valore. Tiscali non ha sofferto per mancanza di fondi, eppure la gravità economica ha finito per attrarre l’azienda verso i grandi centri continentali, dove si concentrano talenti e investitori avanzati. Una startup nata a Cagliari che affronta un round B di finanziamento si ritrova quasi fisiologicamente con una sede a Milano o più probabilmente a Londra. Oggi però abbiamo due fattori nuovi che cambiano le regole del gioco. Il primo è il lavoro da remoto: un ingegnere di venticinque anni può lavorare per un’azienda globale e percepire uno stipendio internazionale vivendo a Cagliari o a Pula. Questo disinnesca in parte la trappola dell’agglomerazione fisica. Il secondo è l’arrivo di capitali esterni qualificati, come il fondo di CDP. L’obiettivo non deve essere costringere un’azienda a rimanere fisicamente ancorata all’isola sfidando le leggi del mercato, ma fare in modo che le competenze, le retribuzioni e una quota della proprietà intellettuale e societaria rimangano qui, anche se la sede legale dovesse spostarsi.
Valore che si accumula, valore che passa
Il post da cui sono partito si conclude con un appello: riconoscere il turismo come il nostro export principale e trattarlo di conseguenza nelle politiche di sviluppo. Condivido la premessa (ignorarlo è snobismo), ma rifiuto la conclusione. Non voglio che il turismo sia l’orizzonte attorno a cui si progetta il futuro di questa isola. Senza toccare un solo chiosco, vorrei che gli si costruisse a fianco un’economia con prospettive e salari più alti, lasciandola crescere fino a quando non diventerà la voce più importante del nostro bilancio.
C’è un’obiezione solida a questa visione, ed è l’argomento forte del post originale: il turismo non si può delocalizzare (una spiaggia non si sposta in Romania). Il software, al contrario, tende per sua natura a migrare, come dimostrano le storie di Video On Line e Tiscali. Perché allora inseguire un settore volatile e trascurare una risorsa ancorata alle nostre coste? La risposta è che non si tratta di un’alternativa escludente. Un bene non trasferibile ma a basso valore aggiunto rimane un limite strutturale per i salari. L’obiettivo non è scommettere tutto sul software sperando che sconfigga il turismo, ma rifiutare l’idea che un lettino in spiaggia sia l’apice della nostra ambizione collettiva. Anche una vittoria parziale (qualche impresa solida che rimane, competenze che si consolidano, professionisti che lavorano per l’estero da casa) innalza la base salariale complessiva, ferma da trent’anni.
C’è poi una carta eccezionale che non stiamo giocando: attrarre talenti esterni. Coniugare un costo della vita accessibile a una qualità della vita straordinaria è un lusso raro nel mondo di oggi. Oltre a incoraggiare la nascita di startup locali, possiamo candidare l’isola a hub globale per professionisti e nomadi digitali. Cagliari ha già una dimensione internazionale e chi la visita tende a innamorarsene. Le infrastrutture di base esistono già, basterebbe valorizzarle. Penso a Sardegna Ricerche e al parco tecnologico di Pula che ospita il CRS4: un campus immerso nel verde a due passi dal mare. Pochi posti al mondo possono offrire un ambiente di lavoro simile. È un vantaggio competitivo enorme che gestiamo come una cartolina turistica anziché come una risorsa industriale.
La mia è una preferenza personale, non una sentenza. Preferisco mille startup locali, anche a costo di accettare che solo pochissime ce la faranno, a diecimila nuove case vacanza. Non per il ritorno economico immediato d’estate (dove le seconde case stravincerebbero), ma per la possibilità di avere un lavoro stabile d’inverno, percorsi di carriera reali che non richiedano di salire su un aereo e un’economia meno vulnerabile al meteo e alle mode stagionali.
È lo stesso concetto applicato all’Europa e alla sovranità tecnologica di cui scrivevo in Own the Whole Stack, Down to the Silicon, trasposto su scala regionale. Lì il timore era dipendere da tecnologie altrui che possono essere disattivate con un clic. Qui la questione è ancora più profonda: una camera d’albergo o una villa vanno riaffittate ogni stagione, ripartendo sempre da zero. Un’azienda tecnologica solida, invece, cresce su se stessa, genera indotto e continua a produrre ricchezza e posti di lavoro qualificati molto tempo dopo che i fondatori hanno avviato l’attività. Non è lo scontro tra valore che resta e valore che se ne va, ma tra valore che si accumula e valore che va costantemente inseguito.
Il divario attuale è immenso. Paragonare una software house sassarese da dieci milioni di fatturato a un comparto turistico da 1,85 miliardi fa quasi sorridere. Ribaltare questo rapporto è l’impegno di una generazione, non di una singola manovra finanziaria, e potremmo anche non riuscirci. Eppure l’ecosistema tecnologico sardo mostra segnali di vitalità inediti. Abbiamo già dimostrato di poter fare grandi cose dal nulla: l’Internet italiano è nato qui. Oggi la sfida è meno romantica ma più cruciale: costruire quelle infrastrutture silenziose (capitali stabili, servizi di supporto, ragioni reali per rimanere) che permettano alla prossima generazione di innovatori di crescere e affermarsi a casa propria.
Fonti e approfondimenti
- Banca d’Italia, statistiche sulla spesa del turismo straniero (turismo internazionale, bilancia dei pagamenti) - bancaditalia.it; dato Sardegna 2024 di ~1,85 miliardi di euro via stampa regionale
- ISTAT, “Conto satellite del turismo per l’Italia - Anno 2023” - produttività del lavoro 99.015 euro (−30% sul nazionale), reddito pro capite 17.709 euro (−35%)
- Valore aggiunto per addetto nella ricettività italiana (~44.000 euro contro ~82.000 dei concorrenti), Ministero delle Imprese e del Made in Italy, via partitaiva.it
- Mario Holzner, “Tourism and Economic Development: The Beach Disease?” - Tourism Management, 2011; e Chao et al., modello della malattia olandese del turismo, 2006
- R. Bronzini, E. Ciani, F. Montaruli, “Tourism and local growth in Italy” - Regional Studies, vol. 56, n. 1 (2022), pp. 140-154; in origine Banca d’Italia QEF n. 509 (2019)
- CRENoS, 32° Rapporto sull’economia della Sardegna (2025) - microimprese oltre il 96%, 2,9 addetti in media, le micro assorbono oltre il 60% degli occupati contro il 38% del Centro-Nord - crenos.unica.it
- R&S 182 euro pro capite contro 439 (Italia) e 742 (UE), PIL pro capite 29.504 contro 40.898 dollari, emigrazione dei laureati - CRENoS / OCSE 2025, via Cagliari Today
- Svimez, Rapporto 2025 - Sardegna +0,9% nel 2024 trainata da industria e costruzioni, servizi in calo, ~10.000 persone tra i 25 e i 34 anni emigrate - svimez.it e Cagliari Today
- Storia di CRS4, Video On Line e Tiscali - le origini sarde dell’Internet italiano, via ANSA e fonti pubbliche
- The Net Value (thenetvalue.com), Abinsula (abinsula.com) e l’acceleratore Frontech di CDP Venture Capital a Cagliari
Nota di metodo: Questo pezzo nasce da un’analisi sull’economia della Sardegna che sta girando in questi giorni, e ho voluto ragionare con la mia testa invece di limitarmi a reagire. L’ho scritto con l’aiuto dell’IA (Claude Code e Gemini) e ho verificato ogni cifra sulle fonti aggiornate: è così che mi sono accorto, per esempio, che i numeri di produttività dell’ISTAT sono dati nazionali del settore turistico, non sardi, e li ho riportati onestamente qui sopra. Lo spiazzamento di cui parlo è un’ipotesi plausibile, non un fatto dimostrato, e l’ho scritto. L’opinione, nel bene e nel male, è mia. Se trovate un numero sbagliato, scrivetemelo e lo correggo.
