Della manosfera, la galassia di community online centrate su mascolinità, seduzione e “diritti degli uomini”, fino a qualche mese fa non sapevo praticamente niente. Me ne ha parlato mia moglie, come di una cosa di cui parlavano tutti: un allarme sociale, ragazzini plagiati dai guru della virilità. Io ho minimizzato, applicando un’euristica che di solito funziona: i fenomeni davvero gravi prima o poi escono dalle echo chamber e diventano mainstream, e a me non era arrivato niente. Quindi: roba di nicchia.

Poi è arrivato l’attentato di Montréal, quello contro gli uffici di Aylo, la società proprietaria di Pornhub, e ne abbiamo riparlato, stavolta con la cronaca dalla sua parte. Così ho fatto quello che faccio quando un tema mi arriva addosso due volte: sono andato a fondo, partendo dall’ipotesi di lavoro che buona parte del racconto, da tutte le parti, fosse bullshit, per vedere cosa restava in piedi.

La risposta breve è che avevamo torto tutti e due, e negli stessi modi in cui ha torto il dibattito pubblico, che sulla manosfera si muove tra due caricature. Da un lato la si liquida come fuffa ideologica per internauti frustrati, roba da meme e da adolescenti che non escono di casa (io). Dall’altro la si dipinge come una minaccia terroristica globale e compatta, una specie di Al-Qaeda della misoginia con una cupola che dà ordini (la versione estrema dell’allarme arrivato a lei).

Entrambe le versioni sono comode. Entrambe sono sbagliate. E sono sbagliate nella stessa direzione: assegnano al fenomeno una coerenza, ideologica o organizzativa, che i dati non mostrano.

Voglio guardarlo come lo guarderebbe un analista OSINT, non un polemista: separare il segnale dal rumore, i dati solidi dalla sociologia da salotto, e soprattutto due ordini di grandezza che il dibattito tiene sempre incollati: la stragrande maggioranza del fenomeno, che è intrattenimento commerciale ottimizzato per il click, e la frazione minuscola che è un problema di ordine pubblico e di psichiatria forense. La formula “99 contro 1” non l’ho misurata: è un promemoria della distanza di scala tra i due strati. Più avanti ci metto i numeri veri. La confusione tra loro è l’errore che rende quasi tutta la copertura mediatica inutile, quando non controproducente.


La meccanica del profitto: l’indignazione è un prodotto

La manosfera, nella sua forma di massa, non nasce da un progetto politico. Nasce da una funzione di ottimizzazione. Le piattaforme non massimizzano la verità, la coesione sociale o il benessere: massimizzano il tempo di permanenza e l’interazione, perché è su quelli che vendono pubblicità. Tutto il resto è effetto collaterale.

Il punto è che l’indignazione, tecnicamente, è un ottimo prodotto. Lo studio più citato su questo è di William Brady e Molly Crockett, pubblicato su Science Advances nel 2021: analizzando 12,7 milioni di tweet da 7.331 utenti, i ricercatori hanno mostrato che chi riceve più like e retweet per un contenuto indignato tende a produrre più indignazione nel tempo. Due meccanismi in parallelo: reinforcement learning (vengo premiato, quindi ripeto) e norm learning (mi adeguo al tono espressivo del mio network). Un ciclo di feedback misurabile: la piattaforma insegna attivamente agli utenti a essere più arrabbiati, perché la rabbia genera engagement e l’engagement genera ricavi.

Applicato ai contenuti sulla mascolinità, questo produce un risultato prevedibile. L’esperimento della Dublin City University del 2024 (Recommending Toxicity, Baker, Ging e Brandt Andreasen) lo ha quantificato in modo pulito: dieci account “sockpuppet”, profili vergini creati su smartphone azzerati, cinque su YouTube Shorts e cinque su TikTok. Risultato: tutti gli account marcati come maschili hanno ricevuto contenuti misogini, anti-femministi ed estremisti indipendentemente dal fatto che li cercassero, e li hanno ricevuti entro i primi 23 minuti di utilizzo. Su YouTube Shorts la quota di contenuto tossico raccomandato arrivava in media al 61,5%, su TikTok al 34,7%. Andrew Tate, da solo, compariva 582 volte nel dataset di YouTube Shorts.

Nessun complotto. Un algoritmo che ha scoperto, per via statistica, che quel tipo di contenuto tiene incollato l’utente maschio giovane, e lo serve. I “guru alfa” non vengono spinti perché qualcuno condivide la loro agenda: vengono spinti perché rendono.

Qui dentro c’è anche il motivo per cui la mia euristica è fallita. “Se è grave, diventa mainstream” presuppone che il mainstream esista ancora: non esiste, esistono feed personalizzati. La manosfera è mainstream eccome, ma solo per il pubblico su cui rende: nel feed di un ingegnere di mezza età non passa, in quello di un adolescente maschio arriva prima di pranzo. Il segnale, alla fine, mi era arrivato lo stesso: non dal mio feed, ma da mia moglie. La mia bolla l’aveva bucata lei.

Nel dicembre 2025 Oxford ha eletto rage bait parola dell’anno. La definizione è quasi un manuale operativo: contenuto deliberatamente costruito per suscitare rabbia, allo scopo di aumentare traffico ed engagement. La logica economica è esplicita: i creator che vivono dei programmi di monetizzazione (Creator Rewards di TikTok, Partner Program di YouTube, i bonus di Meta) incassano una quota dei ricavi pubblicitari generati dai loro video. Il caso di scuola è Andrew Tate: la sua “Hustlers University”, poi ribattezzata The Real World, è finita nel 2024 in una causa civile della polizia di Devon e Cornovaglia per mancato pagamento delle tasse su 21 milioni di sterline di ricavi dei suoi business online. Non un numero millantato in un video, ma una cifra emersa in tribunale. Per capire la manosfera commerciale, la categoria giusta non è “ideologia”. È “modello di ricavo”.


Il paradosso del rage baiting: il mostro nutrito dai suoi nemici

Una fetta enorme della viralità della manosfera è prodotta direttamente da chi la detesta. È il punto che a sinistra costa di più ammettere.

Il meccanismo è banale e per questo micidiale. L’influencer spara la provocazione misogina. L’utente progressista si indigna, fa lo screenshot, lo ricondivide con il commento sdegnato (“guardate questo schifo”). L’algoritmo, che non legge il sentiment ma conta le interazioni, registra un picco di engagement e spinge il contenuto a un pubblico più vasto. La condanna e l’endorsement, per il sistema di raccomandazione, sono lo stesso segnale: attenzione.

Un audit sperimentale dell’algoritmo di X pubblicato nel marzo 2025 (Milli, Carroll, Wang e altri, su PNAS Nexus) ha mostrato esattamente questo: il ranking basato sull’engagement amplifica i contenuti emotivi e ostili verso l’out-group oltre le preferenze dichiarate degli stessi utenti, e quando quel contenuto viene spinto in alto le persone diventano più fredde verso la parte avversa. Il rage farming, la coltivazione deliberata dell’indignazione altrui per raccoglierne la visibilità, funziona proprio perché l’avversario collabora gratis.

Il risultato è un paradosso comunicativo che chi fa attivismo raramente mette a bilancio: senza il pubblico indignato che fa da cassa di risonanza, gran parte di queste nicchie resterebbe nell’anonimato commerciale da cui parte. Il quote-tweet sdegnato è, in termini di distribuzione, il miglior ufficio marketing che un manfluencer possa desiderare. Non paga, non firma contratti, e lavora con passione.


Una nota su chi misura: il caso CCDH

Prima di passare alla parte violenta, serve una cautela metodologica, perché anche le fonti hanno un bias.

Molti report sulla manosfera arrivano da gruppi di pressione, non da laboratori. Il Center for Countering Digital Hate (CCDH) è l’esempio più citato, ed è un caso di studio su come un’organizzazione advocacy possa produrre numeri che poi la stampa tratta come dati peer-reviewed. Il CCDH è la stessa organizzazione dietro la tesi della “Disinformation Dozen”, secondo cui dodici account sarebbero responsabili del 73% della disinformazione vaccinale online. Meta ha contestato il numero sostenendo che quei dodici account pesavano per circa lo 0,05% delle visualizzazioni di contenuti sui vaccini sulla propria piattaforma. Il CCDH è stato accusato più volte di cherry-picking, cioè di selezionare i dati che confermano una conclusione già scritta, ed è finito in contenzioso con X, che ne contestava i metodi di raccolta dei dati. Va detto, però, che l’intuizione di fondo (pochi superspreader pesano moltissimo) è stata poi corroborata anche da ricerca accademica indipendente: è la quantificazione spettacolare, quel 73%, a essere fragile, non necessariamente la direzione.

Un report di advocacy va trattato come indizio, non come prova; il che non vuol dire che il CCDH abbia sempre torto, né che la manosfera commerciale sia innocua. La differenza tra il CCDH e la Dublin City University non è il tema, è il metodo: sockpuppet controllati, protocollo replicabile, codifica dichiarata. Quando un report di un gruppo militante e uno studio universitario dicono la stessa cosa, credo allo studio universitario. Quando dicono cose diverse, il gruppo militante ha l’onere della prova, non il beneficio del dubbio. Questa distinzione, banale in qualsiasi contesto scientifico, tende a sparire nella copertura mediatica del fenomeno.


Dai pixel alla cronaca: la frangia violenta

Il motivo per cui le agenzie di sicurezza monitorano davvero queste sottoculture, in particolare la frangia incel, è la criminologia, non il politicamente corretto. E qui il registro cambia, perché smettiamo di parlare di click e cominciamo a parlare di morti.

L’attentato di Montréal del 22 giugno 2026, quello che ha riaperto la discussione tra noi, è il caso più recente. Seth Scott Hatfield, 25 anni, di Lethbridge (Alberta), ha aperto il fuoco nel quartiere di Côte-des-Neiges, in un edificio che ospitava gli uffici di Aylo. Ha ucciso l’agente della polizia di Montréal Mohamed Lamine Benredouane, 34 anni, e il civile Michel Mizrahi, prima di essere abbattuto dagli agenti. Dietro l’attacco, un manifesto di 104 pagine (“Manifesto of June 22nd”), scritto in Word settimane prima.

Ed è qui che il caso Montréal smonta la narrazione dominante. Perché quel manifesto non è “incel puro”. È un ibrido incel-marxista: Hatfield descrive gli uomini come una classe oppressa sfruttata contemporaneamente dal capitalismo e dalle donne, invoca la rivoluzione armata contro il liberalismo e il capitalismo, e individua nell’industria della pornografia il nemico da colpire. Odio per le donne, anticapitalismo, teoria dell’oppressione: un collage. I giornali che hanno etichettato l’attacco come “terrorismo incel” hanno letteralmente ignorato che metà del testo è pescata da un immaginario di estrema sinistra.

Non è un caso isolato, ed è utile ricordare che questa frangia esiste da prima che avesse un nome. Elliot Rodger, Isla Vista 2014, sei morti: da adolescente gli era stato diagnosticato un disturbo pervasivo dello sviluppo, assumeva psicofarmaci dai quindici anni, frequentava forum come PUAHate. Alek Minassian, Toronto 2018, dieci morti sul colpo con un furgone (un’undicesima vittima morirà per le ferite nel 2021): sindrome di Asperger, ossessionato da Rodger, di cui rileggeva compulsivamente il manifesto. Jake Davison, Plymouth 2021: aveva attribuito alla filosofia della blackpill la sua disperazione. E se si vuole risalire alla radice, Marc Lépine, École Polytechnique di Montréal, 1989, quattordici donne uccise: retroattivamente indicato da molti come il “primo incel”, trent’anni prima che la parola esistesse.

Lépine dice una cosa scomoda contro la mia stessa sezione sugli algoritmi: la rabbia che arma questi individui è precedente a YouTube Shorts. Gli algoritmi non l’hanno inventata. Hanno industrializzato e monetizzato il rumore di fondo che la circonda, rendendo più fitto, più rapido e più remunerativo un immaginario che prima si trasmetteva lento e a bassa voce.


Estremismo o psichiatria? La trappola delle due riduzioni

Come si legge, allora, questa coda violenta? Con una categoria che la criminologia usa da anni e che i media ignorano: il buffet extremism, espressione avallata per il caso Montréal da Ghayda Hassan, direttrice della rete canadese dei professionisti per la prevenzione della radicalizzazione.

L’espressione è colloquiale, il concetto è tecnico. Il direttore dell’FBI Christopher Wray ha parlato di salad bar di ideologie, un “mishmash” in cui l’unico tratto stabile è l’attrazione per la violenza. Intorno al 2019 il Regno Unito ha ribattezzato la propria categoria di riferimenti “non specificati” in mixed, unstable or unclear ideologies (MUU). Tutte queste etichette descrivono la stessa cosa: l’individuo isolato che non riceve ordini da nessuna cupola, ma pesca al buffet di internet, mescolando frustrazione personale, teorie del complotto, odio per le donne, anticapitalismo e feticismo per le armi in un delirio distruttivo su misura. La manosfera, in questo schema, non coordina l’attacco. Fornisce il rumore di fondo ideologico che un disturbo individuale usa per darsi una forma e un vocabolario.

Attenzione però, perché qui si aprono due trappole speculari, e la maggior parte del dibattito cade in una delle due.

La prima è la riduzione mediatica: “terrorismo ideologico”, struttura piramidale, una rete che va smantellata. È rassicurante perché è azionabile: se c’è una rete, si arresta. Ma la rete non c’è.

La seconda è la riduzione opposta, altrettanto seducente e altrettanto pigra: “è solo un pazzo”. Comoda perché de-responsabilizza tutto il resto, l’ambiente, le piattaforme, la cultura, e rinchiude il problema in una diagnosi. Ma è falsa nello stesso modo. I dati sulla salute mentale nelle community incel esistono (in un sondaggio su 272 utenti di incels.is, Speckhard ed Ellenberg riportano sintomi di depressione nell'84,6% dei rispondenti, di ansia nell'80,1%, dello spettro autistico nel 44,9%), però sono auto-riferiti, con un bias di selezione evidente: chi risponde a un sondaggio in un forum incel non è un campione rappresentativo di niente. E la diagnosi non regge nemmeno in tribunale: la difesa di Minassian provò a sostenere che l’autismo lo rendesse incapace di intendere, e il giudice respinse l’argomento senza mezzi termini. La mancanza di empatia non annulla la capacità di capire che quello che stai facendo è moralmente e legalmente sbagliato. Le persone nello spettro autistico, peraltro, non sono più violente delle altre. E soprattutto, milioni di persone con depressione o ansia non ammazzano nessuno. La patologia, da sola, non predice l’attentato più di quanto lo predica l’ideologia.

La lettura meno comoda sta in mezzo: individuo vulnerabile, più rumore ideologico ambientale, più accesso a mezzi e a un obiettivo. Nessuno dei tre elementi, isolato, è sufficiente. È la loro combinazione idiosincratica a produrre l’evento: nessuna rete da smantellare, nessuna diagnosi che basti.


Il contro-beat: anche il “buffet” è una narrazione

Il concetto di buffet extremism non è neutro come sembra, ed è a sua volta terreno di confirmation bias.

Una parte della ricerca accademica lo contesta apertamente. In un saggio del 2023 pubblicato da GNET, Anna Meier ha definito la categoria “salad bar extremism” una white distraction: secondo questa lettura, le ideologie che sembrano disparate (misoginia, razzismo, antisemitismo, anti-governativismo) non sono affatto un collage incoerente, ma sono tenute insieme da una struttura sottostante di suprematismo bianco, e chiamarle “buffet” serve proprio a non doverla nominare. In altre parole: dove io vedo rumore idiosincratico, un’altra scuola vede un segnale politico preciso che la categoria “buffet” contribuisce a nascondere.

Non credo che Meier abbia ragione sul caso Montréal, dove l’innesto marxista rende la lettura “suprematismo bianco” poco plausibile. Ma Montréal è il caso atipico, quello che ho scelto proprio perché rompe lo schema, e usarlo per liquidare Meier sarebbe esattamente il cherry-picking che ho appena rimproverato al CCDH. Sul cluster tipico (Rodger, Minassian, Davison) la sua obiezione ha un fondo, e ne ha uno anche una versione che Meier non fa: il filo che tiene insieme quasi tutti questi casi non è il suprematismo bianco, è la misoginia. Chiamarli “buffet” rischia di derubricare a ingrediente casuale quello che, caso dopo caso, è l’ingrediente costante. È l’obiezione più forte contro la mia tesi.

Il punto metodologico, però, resta: “terrorismo ideologico compatto” e “buffet extremism” sono entrambe lenti che selezionano i dettagli che le confermano. Vanno tenute tutte e due sul tavolo: servono a triangolare, non a tifare.

Un’obiezione diversa colpisce l’intero impianto. Se il 99% e l'1% sono davvero due strati separati, come faccio a escludere che il primo sia la rampa di lancio del secondo? È la tesi della “pipeline”: il fiume di contenuti commerciali normalizza l’ostilità verso le donne, e in quel brodo l'1% predisposto trova validazione e vocabolario. Non ho una risposta pulita. La mia difesa, lo ammetto, è debole: la maggioranza dei consumatori pesanti non agisce mai, e il nesso tra consumo e violenza resta correlazionale, non dimostrato. Ma “raramente produce un killer” non è “è innocuo”. Il danno del 99% esiste, solo che è diffuso invece che spettacolare, e ricade in modo asimmetrico sulle donne, che di questi contenuti sono il bersaglio, non il pubblico. Tenere separati i due strati è una scelta analitica, non la prova che non comunichino.

Ultima obiezione, alla ricetta che proporrò tra poco: “toglietegli l’attenzione” ha più di un difetto. Chiedere di non ricondividere scarica il costo del silenzio proprio su chi è bersaglio di quella retorica, che dovrebbe incassare senza rilanciare per non nutrire l’algoritmo: facile da dire per un analista distaccato, molto meno per chi riceve le minacce. È anche un problema di azione collettiva, la rinuncia individuale non scala, e la stessa logica (“l’attenzione è ossigeno”) spinta all’estremo direbbe ai giornalisti di non parlare mai di questi soggetti, il che confligge con il dovere di cronaca. Disinnescare l’amplificazione non significa imporre il silenzio alle vittime né smettere di guardare.


Cosa funziona davvero (poco)

Rimane la domanda pragmatica: le contromisure attuali funzionano? Poco, e vale la pena capire perché.

Il deplatforming. È la misura più invocata e la più fraintesa. La ricerca empirica dà un quadro a due facce. Quando Reddit bannò r/incels nel novembre 2017, la community non sparì: si ricostituì su forum indipendenti come incels.is e incels.net, che poi crebbero. Gli studi (per esempio No Easy Way Out e The Great Ban, entrambi su arXiv) mostrano che dopo la migrazione la tossicità degli utenti non cala, anzi tende a consolidarsi in un nucleo più motivato e più difficile da osservare, perché si sposta su spazi non indicizzati come Telegram, Gab o forum autonomi. C’è però anche un effetto reale nella direzione opposta: bannare riduce l’attenzione complessiva verso questi soggetti, perché la massa dei tiepidi, quella che seguiva per pigrizia algoritmica, non si sobbarca la frizione di un cambio di piattaforma. Traduzione: il deplatforming rimpicciolisce il bacino ma indurisce il residuo. È una gestione del danno, non una soluzione, e chi lo vende come soluzione mente o non ha letto i paper.

Le manifestazioni post-attentato. Sul piano della prevenzione, valore prossimo allo zero. Non fermano il prossimo lupo solitario, che per definizione non è in nessuna piazza. Servono un’altra funzione: permettono ai gruppi di pressione, di ogni colore, di capitalizzare politicamente la tragedia e di polarizzare ulteriormente il dibattito. Il che alimenta il ciclo descritto nella sezione sul rage baiting: la piazza indignata e l’algoritmo indignato lavorano, senza saperlo, per lo stesso datore.

L’antiterrorismo. Qui sta il limite strutturale. L’intero apparato di intelligence è progettato per aggredire reti: Al-Qaeda ha una struttura di comando, flussi finanziari, comunicazioni tra membri, addestramento. Ci sono nodi da mappare e messaggi da intercettare. Il lupo solitario da buffet non ha niente di tutto questo: nessun ordine ricevuto, nessun trasferimento di denaro sospetto, nessun complice con cui coordinarsi. Radicalizzato in silenzio nella propria stanza, produce segnale solo nel momento in cui pubblica il manifesto, cioè troppo tardi.

Poi c’è il problema statistico dei falsi positivi, ed è qui che i numeri veri contano più di ogni slogan. Il pubblico commerciale della manosfera si misura in decine di milioni di maschi giovani esposti (i soli contenuti di Tate hanno accumulato miliardi di visualizzazioni). Il nucleo identitario duro, i forum incel veri e propri, si misura in decine di migliaia di utenti attivi (incels.is intorno ai 20-30.000, oltre 1,5 milioni di visite al mese). La violenza attribuita a questa sottocultura in Nord America dal 2014 conta circa 50 morti e una dozzina scarsa di attentatori di massa. Si faccia il rapporto: gli attentatori sono una frazione ben sotto un decimo di punto percentuale perfino del solo nucleo duro, e statisticamente invisibili rispetto al pubblico di massa. Quando in apertura ho scritto “99 contro 1” sono stato generoso con l'1: la coda violenta è più piccola di così di due o tre ordini di grandezza. Il che non la rende meno letale, la rende meno prevedibile. Qualsiasi filtro abbastanza largo da catturare i pochi violenti sommergerebbe gli investigatori di innocui. Prevedere un evento con base rate così basso non è difficile: è quasi matematicamente impossibile.


Come se ne esce (per davvero)

Mettendo insieme i pezzi, la conclusione è meno soddisfacente di qualsiasi slogan, e di tutte e due le posizioni da cui eravamo partiti noi due: la regolamentazione sposta i forum su canali criptati, l’antiterrorismo non ha la base statistica per intercettare il delirio individuale, e lo sdegno di piazza lavora gratis per il 99% commerciale del fenomeno.

L’unica leva che ha senso azionare non è ideologica ma architetturale: agire sull’amplificazione algoritmica della rabbia, la variabile che gli studi identificano come il vero motore, invece che sui singoli provocatori, che sono sintomi. Con un’avvertenza che rende la cosa quasi disperante: quella leva è in mano a chi guadagna proprio dall’amplificazione. Chiedere alle piattaforme di spegnere il motore dell’indignazione vuol dire chiedere loro di tagliarsi i ricavi, e nessuna regolamentazione finora c’è riuscita sul serio. Sul piano individuale, invece, la mossa più efficace è anche la più antipatica, coi limiti già detti: smettere di ricondividere per indignarsi.

Resta da separare gli strati e trattare ciascuno per quello che è. La grande maggioranza è una nicchia cringe alimentata dal business del click: un prodotto, da privare del suo carburante gratuito invece di elevarlo a emergenza nazionale. La frazione violenta, i pochi che passano dai pixel ai proiettili, appartiene alla psichiatria forense e alla criminologia, non alla sociologia da salotto né al terrorismo da prima serata. Confondere i due strati, come fa quasi tutta la copertura, significa dare troppa importanza al primo e troppa poca competenza al secondo. Che è, guarda caso, il modo in cui la manosfera preferisce essere raccontata.


Nota metodologica

Questo articolo è stato scritto con assistenza AI (Claude Code per ricerca, recupero fonti e stesura; editing manuale). La parte che non ho delegato è la verifica dei fatti sensibili: nomi di vittime e attentatori, date, cifre, e l’attribuzione corretta di ogni studio citato. Il caso di Montréal è successivo al cut-off di addestramento del modello; i suoi dettagli sono stati verificati su fonti giornalistiche primarie prima della pubblicazione. Dove un dato proveniva da un gruppo di advocacy anziché da uno studio con metodo replicabile, l’ho segnalato nel testo invece di livellarlo.

Fonti